Il racconto di Cristo tra le pagine dei Karamazov

“Ed ecco dunque che Egli fu colto dal desiderio di manifestarsi almeno un istante al popolo, al popolo angariato, sofferente, pieno di turpi peccati, ma insieme di fanciullesco amore per Lui”.

I fratelli Karamazov, libro quinto, V (Il Grande Inquisitore).

Il primo vero colloquio tra il fratello Ivan, l’intellettuale, e il più piccolo, Alëša, avviene quando il romanzo è gà avviato e ha dispiegato la traccia del dramma familiare che riempierà le pagine successive. I due sono curiosi l’uno dell’altro, si confessano in silenzio la stima reciproca guardandosi più volte di sottecchio pur riconoscendosi intimamente diversi, specie nei riguardi della fede. S’incontrano, sono felici di parlarsi fuori dalle mura del padre e sentono di potersi avvicinare all’altro sino a sfiorarne i pensieri più riposti. Di cosa finiscono a parlare? Di Dio, naturalmente. Esiste? C’è l’immortalità? Se Dio non c’è e non c’è immortalità, allora tutto è permesso? Poi, Ivan confida di avere immaginato un poema; non l’ha scritto, ma l’ha tenuto a mente ed è felice di poterlo finalmente raccontare. Alëša accetta di sentirlo e così prende avvio la storia del Grande inquisitore, ambientata a Siviglia durante l’epoca ‒ così dice ‒ più tremenda dell’inquisizione. Narra che Cristo nel sedicesimo secolo, quando «in gloria di Dio s’accendevano quotidinamente i roghi», colto da una pietà infinita decide di far visita ai suoi fedeli, ma ‒ avverte Ivan ‒ non sarà questa la discesa promessa, l’ultima, quella attesa dal popolo ebraico che dovrebbe avvenire alla fine dei tempi. Cristo giunge sulla Terra, sulla piazza antistante la cattedrale di Siviglia e il popolo subito lo riconosce. Tutti lo seguono tra commozione e felicità: chi canta “Osanna!”, chi piange, chi gli lancia dei fiori, c’è pure chi si china per baciare la terra che Cristo calpesta. Una donna, staccandosi dalla processione che si stava svolgendo in quel momento in piazza per la giovane figlia morta, gli si getta ai piedi per implorarlo: “Tu, resuscita la mia creatura!”. Cristo dice “talitha kumi” e la bambina si alza, si guarda intorno sorridendo e spalancando gli occhi. La folla che intanto si era radunata va in tumulto, tutto si svolge festosamente quando, d’un tratto, proprio in quell’istante, davanti la cattedrale passa il grande inquisitore, un vecchio quasi novantenne che, nel frattempo, aveva osservato tutto. Senza indugiare troppo, il vecchio intima alle guardie di arrestare il figlio di Dio. La sera, quando il buio avvolge la cella del prigioniero, il vecchio cardinale gli fa visita e chiede: «perché dunque sei venuto a darci impaccio? Giacchè Tu sei venuto a darci impaccio, e sei il primo a saperlo. Ma sai, di’, che cosa avverrà domani? Io non so chi Tu sia, e non voglio sapere se sei Tu o soltanto un simulacro di Lui: ma domani stesso, io ti condannerò e ti brucerò sul rogo come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi, domani, a un mio semplice cenno, si precipiterà ad accostare le braci al rogo Tuo».

Da questo punto in poi Ivan racconta il dialogo tra il vecchio inquisitore e Cristo, che è uno degli episodi più intensi del romanzo. In realtà, si potrebbe definire questa conversazione più propriamente come un monologo, dal momento che Ivan non farà mai replicare Cristo, il quale si limiterà a subire la terribile accusa che gli viene rivolta. Insisto sul chiamarlo dialogo perché quel silenzio mi pare una risposta altrettanto eloquente delle parole del grande inquisitore e, pure, mi pare che questo “romanzo nel romanzo”, oltre a dar traccia del pensiero di Ivan, finisca col rappresentare una parabola della sofferenza, della pena e del perdono che è, alla fine del romanzo, paragonabile alla vicenda di Mitja, il più grande dei fratelli, colui sul quale ricadrà l’accusa di parricidio. Così, da questa ridiscesa descritta da Ivan nel suo poema, quindi da quel silenzio e, ancora, dall’accettazione del rogo senza alcuna protesta, parte questo mio spunto per tentare di delineare la figura di Cristo all’interno de I fratelli Karamazov.

Cristo è, senza forzare troppo, una presenza costante nel romanzo, sia in termini espliciti che impliciti. La forma più lampante della sua rappresentazione è quella sopra menzionata che lo vede direttamente coinvolto nell’intreccio, seppure all’interno di una parentesi, come personaggio nel poema di Ivan. Poi, Cristo compare sovente come menzione nei discorsi dei personaggi, da quelli delllo starec Zosima che ne declama le gesta, a Ivan che invece le discute, fino alle parole del difensore Fetjukovič che durante il processo lo tira in ballo. C’è pure una terza rappresentazione di Cristo, la meno tangibile, che ha a che fare con l’idea del figlio di Dio elevata a guida spirituale, a un insieme di principi verso cui tendere e che ispirano la giustizia come concetto di redenzione, al di là della correttezza del giudizio. Se il paragone più che azzardato non risulta blasfemo, Cristo sulla croce, innocente ma disposto a ritenersi colpevole per tutta l’umanità, Mitja accetta la pena da innocente con la stessa precisa motivazione: vado io per tutti.
Questa sorta di guida è preannunciata nelle primissime pagine del romanzo, quando Ivan è coinvolto in una conversazione con lo starec Zosima e padre Paisij che ha per oggetto un articolo dello stesso Ivan sul rapporto tra la Chiesa e stato. Quando si arriva a riflettere sul tema della giustizia, lo starec interviene sostenendo che:

«Se c’è qualche cosa che alla meglio tuteli la società anche all’epoca nostra, e che anzi riesca a correggere il delinquente e a generare in lui un uomo nuovo, questo è pur sempre unicamente la legge di Cristo, che parla attraverso il verdetto della propria coscienza»

Da questo colloquio emerge che le pene non sarebbero in grado di realizzare quest’uomo nuovo. La strada che conduce verso la redenzione segue altre vie. Dostoevskij, con Mitja, ne indica una: la catarsi è anzitutto sofferenza, poi amore, ma prima è necessario precipitare in basso nella miseria del sottosuolo. Occorre sprofondare nell’abisso del dolore, cancellarsi, morire e solo poi farsi nuovo. Chi va a trovare Mitja in carcere negli ultimi giorni prima del fatidico processo racconta di averlo trovato diverso, persino incomprensibile con quei suoi discorsi sull’essere un uomo nuovo, gli inni a Dio, le miniere e i forzati. Mitja, sbiancato in viso, con le labbra che gli tremano e gli occhi che fanno rotolare le lacrime, la sera prima del processo dirà al fratello Alëša:

«Tu non puoi credere, Alëša, che voglia di esistere ho ora io, e che sete di esistere e di conoscere, proprio fra queste mura nude, s’è ingenerata in me! (…) E cosa vuoi che mi facciano, le sofferenze? Non mi fanno paura, se anche dovessero essere senza numero. Ora non mi fanno paura: prima sì, mi facevan paura. Sai, forse io non risponderò neppure, durante il processo… E, direi, in me c’è tanta di questa forza, ormai, che io prevarrò su ogni cosa, su tutte le sofferenze, non per altro che per dire a me stesso di continuo: io esisto! Negli strazi senza fine – io esisto; mi dibatto nella tortura – ma esisto!»

Le sofferenze non fanno nessuna paura a Mitja che le giudica necessarie per il proprio processo di catarsi. Pur ritenendosi innocente del sangue di suo padre, egli deciderà in anticipo di accettare il giudizio che sa già lo riterrà colpevole; deciderà di addossarsi la pena perché in fin dei conti quel delitto egli l’ha desiderato (e già basta a renderlo colpevole), perché «tutti siamo colpevoli di fronte a tutti», e sempre ad Alëša dirà: «per tutti andrò io, giacché è pur necessario che qualcuno vada per tutti».

Questo motivo della colpevolezza come redenzione, ovvero come sacrificio da intendersi necessario per opporsi al Male, è la sintesi del gesto di Cristo sulla croce, innocente, ma disposto a far suo il male del mondo e a piegarlo nel sacrificio della sua morte. E, pure, è il senso dell’epigrafe che apre il romanzo, tratta dal Vangelo secondo Giovanni.

Per rinascere bisogna morire. La morte è auspicata per il superamento di sé o, per dirla come nel romanzo, approdare ad un uomo nuovo. È, anche, la sofferenza come patimento necessario, da non intendersi in sé risolutrice, ma come passaggio inevitabile della propria evoluzione. Questo motivo della sofferenza torna in un altro episodio del romanzo, quando lo starec Zosima raccontando la propria vita ecclesiastica narra la storia di quell’impiegato che comincia a fargli visita e a confessarsi. Dopo una serie di visite l’uomo si mette a nudo:

« – Che cosa avete? – gli dico. – Forse vi sentite male? – Infatti s’era lamentato appunto che gli doleva il capo.
Io… sapete… io… ho ucciso un uomo.
Disse e sorrise, e s’era fatto bianco come il gesso. «Perché sorride così?» fu il pensiero che mi trafisse il cuore, prima ancora che potessi fare alcuna riflessione. Anch’io impallidii.
– Che dite? – gli gridai.
– Sapete, – mi risponde, sempre con quel suo pallido sorriso, – m’è costato ben caro dire la prima parola. Adesso l’ho detta e, mi sembra mi son messo per la via. Ormai, andrò innanzi.»

L’uomo comincia il suo racconto e confessa di essere tormentato se fare emergere la verità oppure no, perché – per rissumere – egli è scampato al giudizio, nessuna prova su di lui è ricaduta e per quattordici anni ha vissuto da innocente. Innocente, però, per la comunità, per i suoi conoscenti, i figli, la moglie, mentre per sé, dal profondo del suo giudizio, egli si ritiene colpevole:

«Quattordici anni sono stato nell’inferno. Voglio soffrire. Accetterò la sofferenza e comincerò a vivere. Con la menzogna si può sorpassare la luce, ma non si può tornare indietro. A questo punto, non solo il mio prossimo, ma non oso amare neppure i miei figli. Signore, ma essi comprenderanno forse, i figli miei, quanto m’è costata la mia sofferenza, e non mi condanneranno! Il Signore non sta nella forza, sta nella verità»

Nel messaggio di Cristo, tra le tante speculazioni a cui si presta, si può cogliere l’invito a non escludere il dolore dalla propria esperienza. Come Cristo sulla croce che offre in sacrificio la sua vita ‒ se il paragone non è troppo irriverente, ma permettete che si riduca Cristo a puro ideale ‒ tale è la vicenda di Mitja Karamazov, il quale comprende che la via di fuga da un processo fumoso e ricco di equivoci, di interpretazioni capziose e da un’idea di verità popolare che si va raggrumando a poco a poco grazie alla cronaca che si fa dei fatti giudiziari e dei pettegolezzi, può consistere solo in un rivelamento interiore del proprio marciume: egli non ha ucciso, ma è ugualmente colpevole. Il processo, forse, lo condannerà, ma la pena indicata, siano pure i lavori forzati in Siberia, non sarà sufficiente a renderlo un uomo nuovo. Solo per mezzo del patimento Mitja capisce di potersi redimere.
La vicenda biblica ‒ e questa è la sua potenza ‒ è come il mito una storia elevabile ad esempio. L’idea di un soggetto che per evolversi sperimenta su di sé il dolore o la rinuncia rimane uno spunto interessante. È l’unico che in questo post sono riuscito a delineare. I fratelli Karamazov è un romanzo spesso perché tanti sono gli episodi che meriterebbero trattazioni a sé, per cui avere la presunzione di discuterlo per intero in questa sede, come si potrebbe fare di un altro romanzo, vuol dire inevitabilmente semplificarlo. L’invito che vi rivolgo è quello di leggere almeno una volta questo romanzo gigante. È questo uno dei libri a cui mi sento maggiormente legato, forse perché è stata tra le mie prime letture ai tempi della scuola, dove lo portavo con me un po’ per vanità, come un marchio, un po’ per sincero rapimento, come un totem. Quando giorni fa ho voltato l’ultima pagina per la seconda volta, ho avuto la sensazione che tornerò ancora a leggerlo almeno un’altra volta. Chissà.

Claudio Mirabella

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...