Comprendere l’accelerazione sociale per «superare il concetto stesso di superamento»

Ricordo che quando le prime volte impugnavo la matita per dedicarmi a scrivere, come tutti stendendo nei primi approcci righe di confessioni diaristiche, c’era un tema ricorrente su cui spesso mi dibattevo senza mai di fatto giungere ad una risoluzione. È lo stesso tema che ancora oggi riscontro in alcune delle riflessioni che in questa piattaforma si tentano di proporre e, soprattutto, ritrovo come motivo di struggimento quando per lunghi periodi non si pubblica né un articolo né un post. Succede, in questi casi, che si comincia a sentire una pressione psicologica derivante dalla sensazione di gestire male il tempo, sia quello lavorativo, domestico e libero; che si potrebbe fare di più se, diciamo così, l’allocazione degli eventi durante il giorno seguisse uno schema organizzato capace di far rientrare tutto, oppure (ed è questo il motivo dei più grandi arrovellamenti), si pensa che si potrebbe fare meglio se ci si distraesse meno e si trascurassero certe occupazioni ritenute più frivole. Allora, la gestione di questa pagina, che certamente rientra tra i piaceri ed è quindi al di fuori delle priorità più pulsanti della giornata, finisce per essere un’attività da degnare ad ora incerta, com’era la poesia per Primo Levi. Continuando ormai con questo esempio della gestione dell’Assurdo potrei dire che mantenere attiva questa pagina richiede del tempo, ma il tempo è una risorsa finita e bisogna saperla razionare. Allora − come capita − ci si chiede in quale altra occupazione magari ritenuta più urgente sarebbe meglio investire la propria moneta-tempo. Non è un caso che si faccia uso di un linguaggio economico perché il soddisfacimento di un proprio obbiettivo, sia esso lavorativo, di studio, sportivo o altro, passa sotto l’economizzazione della visione del tempo: si tratta in fin dei conti di una grandezza quantificabile, quindi ottimizzabile se ipoteticamente ogni attività si riuscisse ad incasellare lungo il corso di una giornata.

L’argomento è vasto e interessante: tanti sono i “guru” dell’imprenditorialismo che sul web invitano a riprodurre routine iperproduttive, ragionando su programmazione degli obbiettivi, organizzazione delle attività durante il giorno e recupero del tempo tramite cicli di sonno particolari, come quello bifasico che si ritiene essere il successo di molti sportivi o uomini di potere. Questo sforzo di produttività assume le sembianze di un potere pervasivo che agisce come malessere e senso di colpa quando a fine giornata si ha l’impressione di non aver concluso tutto ciò che ci si era proposto, e per questo tende a far considerare lo spreco del tempo come un peccato da cui mai lasciarsi tentare. Questa tensione alla produttività è sana o non lo è? È giusta perché i tempi della modernità ci chiedono di essere competitivi o è ingiusta perché si accompagna a patologie sociali? Ma che sia giusta o ingiusta, c’è effettivamente un mutamento globale nell’idea di gestione del tempo nella modernità? Se sì, in cosa consiste questo mutamento e qual è la sua radice?

A queste domande tenta di rispondere un saggio del sociologo Hartmut Rosa intitilato “Accelerazione e alienazione” che mi è stato caldamente consigliato e che, una volta terminata la lettura, ho deciso anche io di consigliare ai lettori di queste pagine.
Attraverso un approccio bibliografico che mette in esame i testi di alcuni recenti studiosi, tra cui Habermas, Adorno e Hanneth, Rosa afferma la necessità di una nuova teoria critica che individui nel fenomeno dell’accelerazione sociale l’elemento fondativo dell’epoca moderna. Egli rileva diversi processi di “accelerazione” nella contemporaneità: c’è un’accelerazione tecnologica, si pensi ai trasporti, alle comunicazioni e ai calcoli e alle elaborazione dei computer sempre più performanti nel senso della rapidità; poi, un’accelerazione dei mutamenti sociali e degli stili di vita che sarebbero il risultato di quella evoluzione tecnica. Secondo degli studi citati all’interno del saggio, dalla pressione psicologica che tali fenomeni di accelerazione degli stili di vita determinano ne deriverebbero delle patologie sociali: tra queste la sensazione di non fare abbastanza, di distrarsi, di sprecare il tempo e di sentirne continuamente la pressione durante il giorno. E non solo, perché le ricadute si estendono anche al mondo della politica, dove al mutamento delle condizioni di comunicazioni Rosa avverte di trovarsi dinnanzi «a una svolta estetica in politica». A questo punto le domande sono tante: perché se lo sviluppo tecnologico ci consente di far meglio e prima, anziché accompagnarsi a un aumento del tempo libero c’è questo malessere legato all’insufficienza del tempo? Se tale malessere è espressione di una “cattiva vita”, la filosifia o la sociologia sono in grado di delineare i confini di una “buona vita” all’interno di questi processi di accelerazione? Poi: quando nascono? Hanno un legame con i nostri sistemi economici?

Il primo motore sociale che Rosa individua ha a che fare con la competizione che viene incentivata dai sistemi capitalistici. Dal punto di vista aziendale infatti non c’è dubbio che «dal momento che il tempo necessario per un lavoro è un fattore essenziale per la produzione, risparmiare tempo è un modo semplice e diretto per risultare più competitivi», così come l’ottenimento di un vantaggio temporale nelle innovazioni so configura pure come un guadagno rispetto ai concorrenti. Ma questa competizione esiste solo nel mondo tecnico aziendale, oppure finisce con lo sconfinare verso altri ambiti, quali ad esempio quelli della vita sociale? È su questo punto che Rosa sviluppa le sue argomentazioni: nell’epoca della tarda modernità, del self-improvment, dell’essere imprenditori di se stessi, per il raggiungimento o anche solo mantenimento di una posizione di prestigio gli individui «devono investire sempre più energie per preservare la propria competitività, fino al punto in cui il mantenimento di quest’ultima non è più un mezzo per condurre una vita autonoma orientata a scopi che ci si è autoassegnati, ma diviene essa stessa l’unico scopo onnicomprensivo della vita tanto sociale quanto individuale». Sono l’idea del successo e di un miglioramento sempre conseguibile che invitano gli individui a sforzi ulteriori convincendoli che la passività non premia mai. Così come i sistemi capitalistici devono continuamente tendere ad una propria crescita interna se non vogliono retrocedere, allo stesso modo, secondo Rosa, gli uomini della tarda modernità devono continuamente mettersi in movimento.

Ad un certo punto della trattazione l’autore arriva a sostenere che la pressione esercitata dall’accelerazione sociale equivarrebbe a una forza totalitaria perché si tratta di un potere onnipervasivo, impossibile da fuggire o combattere e che orienta la volontà e le azioni dei soggetti. A me l’accostamento ad una forza totalitaria pare una forzatura semantica, benché il ragionamento in sé non sia incoerente, ma i libri vanno anche venduti e un po’ di retorica non guasta. Mi fermerei a definire l’accelerazione sociale come potere, inteso questo secondo una delle definizioni di Byung-Chul Han1, per cui uno dei tratti fondamentali del potere sia quello di spingere gli individui oltre se stessi, ma solo quando libertà e sottimissione combaciano. Secondo questa definizione credo che si possa parlare di potere per il concetto di accelerazione di cui scrive Rosa, perché si tratta di un meccanismo che induce gli individui ad una più o meno cosciente autocoercizione, che è resa tollerabile solo dalla parvenza di essere espressione della propria libertà di azione. Un potere a cui liberamente ci si assoggetta, cioè un potere che non costringe forzatamente nessuno ma che cerca di essere sostenuto dalla volontà del suo destinatario, è molto più efficace.

Il libro non propone quindi una teoria critica (si tratta in fondo di un saggio di appena 110 pagine), ma si concentra nell’individuare i requisiti che devono far parte della ricerca sociologica. Oltre al concetto di accelerazione Rosa insiste su quello di alienazione, che riguarderebbe l’uomo all’interno di queste condizioni temporali dinamiche. Per affermare ciò si serve degli studi di alcuni autori, quali Ehrenberg e Baier, per documentare l’aumento di reazioni di sofferenza al sovraccarico temporale, reazioni che vanno dallo stress a fenomeni di depressione.
Il libro è dunque un invito a tener conto dei fenomeni di accelerazione. Tutte le rifessioni del libro di rado si pongono un piano assertivo quanto, piuttosto, meditativo. Sono insieme critica e invito alla costruzione di una alterità. A me queste due finalità hanno fatto pensare a due brani: come critica penso a Fitter Happier dei Radiohead, dove una voce robotica e inquietante elenca una serie di comportamenti messi in atto da un uomo che nell’intento di vivere «fitter, healthier and more productive» è come «a pig, in a cage, on antibiotics». L’altro brano che la lettura mi ha ricordato è Ti fa stare bene del buon Caparezza che conclude l’ultima strofa con queste parole:

«Sono tutti in gara e rallento fino a stare fuori dal tempo.
Superare il concetto stesso di superamento mi fa stare bene»

1: Han, B. C., & Buttazzi, S. (2019). Che cos’ è il potere?. Nottetempo.

Claudio Mirabella

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