Carini = cemento: il paese sommerso rivela il malessere di una città grigia

Antonio Cederna, figura storica nell’ambientalismo italiano, chiamava «città senza polmoni» quegli insediamenti urbani che già dagli anni ’60 nel loro sviluppo cancellavano tracce di verde dalle città con una «crosta repellente di cemento e asfalto» onnipervasiva, sempre più estesa. Erano gli anni in cui l’abusivismo impestava le grandi città italiane, tra cui Roma, Milano, Torino, Bologna e con loro le periferie e i paesi circostanti. Cederna parlava anche di porno-urbanistica (Il Mondo (II). 1975-1976″ (625)) in riferimento all’espansione demografica dovuta alle previsioni edilizie:

«Nel Duemila l’Italia potrà avere duecento milioni di abitanti e non già per scarsa educazione sessuale, ma grazie all’analfabetismo urbanistico (e alla corruzione, n.d.a.) degli uffici tecnici comunali. Quella cifra straordinaria la si ottiene infatti sommando le previsioni edilizie contenute nei piani regolatori, nelle lottizzazioni, nei programmi di fabbricazione di 2-3.000 comuni, tutti intenti a cementificare il loro territorio in omaggio alla rendita fondiaria, trasformando il Bel Paese nella semplice espressione topografica della mappa catastale».

È novembre e l’inverno è alle porte. A Carini, come in tanti comuni del mezzogiorno, si è conclusa la raccolta delle olive. In questa valle che si distende dal mare fino ai piedi delle montagne ancora verdissime, il contatto con la terra è quasi solo un miraggio. Quegli olivi fanno da ponte tra le generazioni che, oggi come allora, sui primi passi dell’autunno, ne raccolgono i frutti e così riverberano una tradizione agricola che è però del tutto mutata dal passato. La produzione dell’olio è uno di quei momenti attorno il quale si ritrova la collettività tra ottobre e novembre. Racconta una tradizione che un tempo, al pari di quella delle conserve di salsa o dello “stratto” di pomodoro, assumeva significato in relazione a dei bisogni che oggi non trovano più nessun fondamento. Sono rimasti immutati i gesti svuotati e nostalgici, poiché non è più necessario autoprodursi l’olio o assicurarsi la disponibilità di un prodotto alimentare per tutto l’anno, come se la destagionalizzazione non fosse una realtà affermata.

La città negli anni si è trasformata in un centro urbano con delle periferie solo vagamente rurali, verso le quali ci si sposta d’estate con un mero retaggio linguistico che identifica questo movimento come “trasferirsi in campagna”, per la presenza, ormai ridotta, di qualche rettangolo di terra affianco l’abitazione. Anni di speculazione edilizia selvaggia e di sviluppo senza progresso hanno mutato tutto di questo paese: luoghi e comunità. È così che dopo decenni, alla fine della pandemia da Covid19, con la rinnovata libertà di vivere gli spazi aperti, succede che in prossimità dei luoghi più trafficati della città compaia sui muri di alcuni edifici una scritta da bomboletta che dice sempre: carini = cemento. È un’equazione semplice, inequivocabile, segno di un evidente malessere da parte di chi vuole lanciare una denuncia pubblica per l’assenza di verde urbano e per lo sviluppo economico di un paese che non conosce altra storia fuori dalla cementificazione.

Ma la speculazione edilizia è storia passata?

Un’inchiesta de L’espresso a cura di Paolo Biondani (29 ago 2021, pag. 42) rileva che solo nel 2020, con l’economia ferma per la pandemia, l’Italia abbia perso più di 51 chilometri quadrati di suolo naturale: «l’Italia verde continua da decenni a sparire al ritmo (minimo) di oltre 14 ettari al giorno, quasi due metri quadrati al secondo» e «nei primi tre mesi del 2021 sono state autorizzate nuove costruzioni per altri quattro milioni di metri quadrati. Migliaia di nuove case e fabbricati residenziali, centri commerciali e capannoni logistici, a cui si aggiungono strade e parcheggi asfaltati, cantieri e cave».
Il problema è politico. “Carini = cemento” è un messaggio rivolto all’identità della città, alla sua economia e all’indirizzo del suo sviluppo. Escluse le finalità di pubblico interesse, la scelta di cementificare un’area, che sia volontà di un privato o del pubblico, è sempre orientata al profitto. Cementificare una zona non ancora urbanizzata è più economicamente profittevole che restituirla alla comunità, ad esempio, sotto forma di un parco urbano. «Praticamente qualsiasi cosa può essere giustificata, se contribuisce alla crescita del Pil» scrive Jason Hickel in un saggio tradotto nel 2021 per Il Saggiatore. La realizzazione di un nuovo centro commerciale in una zona già ricca di attività si può sempre giustificare grazie alla produzione di nuovi posti di lavoro che, siano questi pochi o tanti, ciascuno comunque si auspica. Così, né un esponente politico di destra né uno di sinistra (nelle loro ampie accezioni) riuscirebbe a trovare una motivazione convincente per opporsi all’imperativo imprenditoriale di cementificare qualche decina di migliaia di metri quadri per realizzare dei guadagni. In questo modo, l’indirizzo dello sviluppo delle città fa mutare l’idea stessa che ne abbiamo, non nel senso di progresso, ma di crescita economica.

Si vuole perseguire la bonifica di un litorale non perché si ritiene criminosa la sua deturpazione e si vuole rimediare al gravissimo danno nei confronti della fauna marina. La bonifica può essere una soluzione favorevole al turismo, perché un litorale inquinato esclude la possibilità di fare impresa. Neppure nei programmi elettorali, che sono la forma più ideale del racconto dell’agire politico, trovano terreno interventi volti alla creazione di spazi verdi, alla salvaguardia della biodiversità o alla riduzione del consumo materiale e dell’emissione in atmosfera di inquinanti. Per tornare a Cederna, la res publica sarebbe una res nullius vista la «irridente insofferenza per ogni vincolo di interesse pubblico» e la distruttiva presunzione di poter dominare la natura in ragione della tanto auspicata crescita.

Che fare? s’intitolava un testo di critica politica ed economica. Qui possiamo scoccare interrogativi mirati, più o meno retorici. Considerata la presenza di una evidenza scientifica del disaccoppiamento tra crescita e incremento del consumo materiale (e con questo dell’inquinamento), e che pertanto non è possibile ridurre l’inquinamento senza smettere di far prosperare l’economia, come vogliamo intendere lo sviluppo delle nostre città? Desideriamo più verde urbano? A cosa siamo disposti a rinunciare? Se ci è orribile l’idea di una città che si identifica col cemento, a chi spetta il compito di raccogliere la nostra istanza? Ammesso che fossimo disposti a demolire, de-cementificare, scommettere nella decrescita (altro testo) saremo d’accordo a ripensare il nostro essere al mondo rinunciando ad una visione antropocentrica e con ciò all’esercizio di qualsiasi dominio su altre specie e sugli ecosistemi per trarne profitto?

Claudio Mirabella

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