Un’estate a Palermo. 1985, quando i boss persero la partita

«Palermo è tutta rotta, non ha pace, posseduta dai demoni. Fa finta di fare la stessa vita di sempre, come fosse una signora tutta spaventata di cambiare le cose. Le abitudini qui valgono più che altrove».

Autore: Alessandro de Lisi

Titolo: Un’estate a Palermo. 1985, quando i boss persero la partita

Editore: Nuovadimensione

Anno: 2020

Città: Portogruaro

Siamo nell’estate del 1985: a Palermo si teme per i giudici Falcone e Borsellino, i due vengono trasferiti nell’isola dell’Asinara, dove danno mano a qualcosa di veramente grande, una macchina “spaccamafia”, il maxiprocesso contro i boss di Cosa Nostra. Il nostro protagonista è Carlo Farkas, un uomo del nord, friulano, capitano dei carabinieri trasferito a Palermo. L’autore del libro, Alessandro de Lisi, attraverso uno stile molto scorrevole e a tratti giornalistico, ci conduce nel cuore di una pagina molto cruenta della storia siciliana: la stagione dei morti ammazzati per le strade, dei pochi onesti e dei molti indifferenti che preferiscono girarsi dall’altra parte, timorosi di calpestare i piedi ai potenti. Palermo è, forse, una delle poche, se non l’unica città ad avere una vera mappa dei propri morti ammazzati, una scia di sangue che lastrica le “balate” (le pietre squadrate) delle strade segnate su una carta funerea per gli omicidi e le stragi di cui sono state scenario. Il libro si apre con uno dei numerosi agguati mortali a cielo aperto, una resa dei conti tra mafiosi di opposte fazioni, di fronte una macelleria dove sangue e latte si mescolano come una maledizione: non c’è separazione tra la purezza e l’innocenza del bianco e la violenza del rosso sangue. Non c’è un limite netto tra chi è fuori e denuncia il suo sdegno e chi, invece, è compromesso e fa parte del meccanismo malato, in mezzo c’è una zona grigia di indifferenza di chi non si schiera e fa finta di non vedere e non sentire, di chi ingrossa con la sua ignavia le fila della malavita. Un sistema immobilizzato di cui è significativa metafora la vasca di pesci attorno alla quale Farkas e Falcone conversano nel capitolo “Pesci di fontana e tartarughe”. Lo stato immobile delle cose induce a credere che sia stato sempre così – i pesci della vasca ignorano il mare aperto: ci sono le tartarughe che prendono il sole e che mangiano per prime, i pesci più grossi che boccheggiano certi che il cibo arriverà presto e aspettano, e infine i pesci più piccoli, scattanti e nervosi, che si azzuffano per raccogliere una mollica. La società viene specchiata in questa vasca dove ognuno recita una parte che è sempre la stessa, «dove tutti sembrano, fanno, ma non sono perché si accontentano». Quella mano che nutre la vasca, che rende i suoi abitanti schiavi è il meccanismo in base al quale tutto deve andare così come sempre è stato, in cui pochi sguazzano e ingrassano a discapito di moltissimi che arraffano qualcosa ma non aprono bocca per incriminare il sistema. Il libro di Alessandro de Lisi merita di essere letto, per la sua materia e per il modo limpido in cui la racconta, per la grande occasione di far parlare e rivivere quegli “eroi” martirizzati dalla mafia. Cosa possiamo farcene delle commemorazioni comandate dal calendario se non avviene ogni giorno una reale riflessione che oltrepassi i cartelloni e gli striscioni vergati, cosa ce ne facciamo di un minuto di silenzio senza un’onesta osservazione e comprensione della realtà e il desiderio di conoscere nutrito giorno per giorno? O l’idea del tener viva la memoria cambia o nuoteremo sempre nella stessa vasca.

Chiara Evola

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