Da Flaubert a TikTok: perché i social invitano al conformismo

C’è un passaggio in Madame Bovary in cui Flaubert descrive con moltissimi particolari le vedute che via via scorrono alle finestre del treno dove Leòn ed Emma si amano appassionatamente. In contrasto con quanto il lettore desidererebbe conoscere, lo scrittore non dice nulla di quell’incontro amoroso. La gorgheggiante prolissità descrittiva che caratterizza la prosa di Flaubert si interrompe proprio laddove la vicenda narrativa giunge ad un punto di svolta; e la tensione del lettore, che cresce alla ricerca di qualsiasi dettaglio in grado di arricchire l’immagine che tra sé già va dipingendo, si sfuma in pochissime parole e in un punto finale a chiudere la frase. Succede che la carenza d’informazioni conferisce libertà al lettore sopra una circostanza, quella dell’intimità, in cui egli può e vuole dilettarsi ad inventare. L’effetto della povertà d’informazioni è di accrescere la forza immaginativa. Se così è, è vero anche il contrario? Che la continua ricchezza di nozioni e contenuti visivi svilisca la capacità visionaria di chi legge?

«La sventurata rispose».
A. Manzoni, I promessi sposi

Quanto verrà sviluppato a partire da questo spunto letterario non ha alcuna pretesa di avere valenza scientifica. I giudizi qui esposti, perché frutto di esperienze e visioni personali, sono altamente opinabili. Con ciò, beninteso, non intendo sminuire la loro credibilità; ché, credo, più tali giudizi verranno confutati, più li potrò ritenere validi come esercizio di critica.
Se un dogma è una pillola troppo dura e dolente che, o si manda giù, o si rigetta; un giudizio dotato di una certa sua plasticità, seppure non si digerisca per intero, potrà sempre lasciare anche una minima traccia della propria sostanza.

«Saremo capaci di ridere, a ciglio asciutto, di nostra madre?»
U. Eco, Elogio di Franti (Diario Minimo)

È possibile legare con un ponte lunghissimo la riflessione sulla forza immaginativa contenuta in quella pagina di Flaubert con le dinamiche dei trend su TikTok, con la comunicazione che avviene su Facebook e con la massa di commentatori litigiosi che animano il web. Non a caso scrivo “massa”, che è un termine dispregiativo in quanto suppone la mancanza di individualità, la scomparsa della libera soggettività all’interno di un gruppo che si riconosce in idee condivise. Neppure “commentatori litigiosi” è scritto a caso. Infatti, se le masse per definizione sono schieramenti di individui che rinunciano alla possibilità di una propria elaborazione dei fatti, allora ogni discussione interna è volta esclusivamente a ribadire (e al massimo arricchire, ma mai rivedere) i propri giudizi. Dallo scontro virtuale di due distinte “masse” non si può mai ricavare un dialogo.
Per la sua struttura in profili, gruppi, pagine, e soprattutto per la presenza di un algoritmo che regola la visibilità dei post sulla base del loro possibile apprezzamento da parte dell’utente, un social media come Facebook riesce a connettere individui provenienti da più estrazioni sociali invitandoli a continue conferme di quanto già espresso o ricercato. Ciò che avviene sulla piattaforma è la naturale costituzione di schieramenti: la bacheca si costituisce come il luogo virtuale dove fanno comparsa i propri amici assieme a chi si decide di seguire, e in più, compaiono tutti quei contenuti che l’algoritmo seleziona perché simpatetici con l’utente. Il senso delle tantissime informazioni che confluiscono nella bacheca è in linea con l’utente: ti dà quello che vuoi (o che non sai ancora di volere). Facebook permette talvolta di ricevere un contraddittorio, ma sempre nella (multi)forma di una opulenza informativa di notizie, immagini e opinioni che non riescono a legarsi tra loro, rimanendo sconnesse come isole d’idee da riverberare attraverso le condivisioni. Ciò è contrario ad ogni idea di cultura, dove le conoscenze s’intrecciano e si rapportano tra loro anche per contrasto determinando nuove possibili letture dei fatti. Invece, l’impressione che molto spesso si ricava sui social è che anche del contenuto più interessante non si ricerca il confronto, o la sua capacità di radicare e produrre frutti di azioni e atteggiamenti nuovi; si cerca solo la conferma della sua validità. Questa validità trova espressione in likes e condivisioni, che hanno l’effetto di un apprezzamento neutrale, quasi distaccato, e di un riverbero che allude all’assenza dello sforzo di una propria elaborazione: le idee sono già post(at)e, basta solo condividerle se concordi, ignorarle se discordi. Nel condividere un post si dice: io sono questo, io penso questo. Quel contraddittorio è impossibile perché, peraltro, le discussioni che si sviluppano sotto un post non hanno mai una fine (si pensi l’onda di commenti che si scatenano nelle pagine dei personaggi politici più seguiti); per di più, difficilmente – nell’impossibilità di avere un dialogo verbale e non verbale – quando si discute segue un vero interessato ascolto dell’interlocutore. Ciò che risulta agevole nella piattaforma è rimanere al punto di partenza delle proprie posizioni ribadite e da ribadire ancora. C’è una fortissima tensione concentrata sul sé; esprimersi è il più delle volte un’operazione narcisistica perché autoreferenziale: si parla a sé o, al massimo, a quelli come sé.

Nell’esprimere una critica ai social oggi si ha l’impressione di porsi fuori dal tempo. Anzitutto perché privarsi del loro utilizzo si configura come una scelta anacronistica: è lì che circolano e molto spesso nascono le notizie; poi, perché di critiche ai social, o in genere al campo della comunicazione di massa, ne sono state espresse tante, si pensi ad Apocalittici e integrati, citato fino allo sfinimento. Può avere senso muovere ancora una critica se si ha qualcosa da aggiungere. Oppure, può avere senso se la critica mira a destituire i social dalla loro sacralità, nel senso di inavvertita intoccabilità: Facebook conta 2,80 miliardi di utenti attivi mensilmente, un italiano su due utilizza Facebook. Escludendo giovanissimi e anzianissimi, è più facile incontrare un utente che no. Siamo in grado di criticare una piattaforma utilizzatissima e, pare, indispensabile, e scegliere di conseguenza di non utilizzarli?

Le dinamiche che portano alla costituzione di schieramenti, con la rinuncia del singolo ad una propria elaborazione, rappresentano un invito al conformismo. Questo atteggiamento, se è più serio quando si tratta di giudizi su Facebook, è riscontrabile pure nell’intrattenimento, come avviene in TikTok. Infatti, anche nel partecipare col proprio corpo e il proprio volto ad un trend su questa piattaforma si ha l’impressione di un appiattimento simile, che è però quello placido della leggerezza. Viene portata alle estreme conseguenze la rinuncia del sé, pur cristallizzando la propria espressività in una forma essenzialmente estetica. Il TikToker di successo emerge dalla comunità virtuale per mezzo della scoperta di una formula unica, praticata ‒ ancora per poco ‒ da nessuno. Scimmiottando balli, gag o frasi a cui fare il verso, TikTok consacra la rinuncia dell’unicità.

Affinché un individuo rinunci serenamente alla propria libertà ‒ scrive Byung-Chul Han in Che cos’è il potere? ‒ è necessario che egli lo voglia e lo decida da sé. Per questo, l’utente medio fa vanto della sua libertà di pensiero, quando, di suo punto, decide di schierarsi e di cominciare a credere. Allora, bisogna essere in grado (e un altro libro ci corre in aiuto) di rivoltarsi all’invito al conformismo che i social ci rivolgono, e riconoscere a queste piattaforme il loro giusto peso; occorre sconsacrare la serietà della comunicazione sui social. Bisogna, in definitiva, porsi nella posizione di saper rinunciare al loro utilizzo.

«Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando».
A. Camus, L’uomo in rivolta

Claudio Mirabella

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