El Sendero (Caparezza): l’importanza di lasciarsi il passato alle spalle

Caparezza è un artista che continua ad innovarsi o – è il caso di dirlo – ad evolversi. Così risulta se si considera dall’esordio ad oggi il suo percorso discografico e, ancora di più, volendo fare una sintesi estrema, stando ad Exuvia, il suo ottavo album uscito di recente. L’exuvia, da cui è tratto il titolo dell’album, altro non è che l’esoscheletro che un insetto abbandona dopo la muta, una scultura precisa dei tratti che l’individuo aveva assunto sino a quel momento. Si capisce subito come il grande tema che viene affrontato in questo concept album è quello di una transizione, dell’evoluzione in tutte le sue sfumature: con riferimento ad un passato in cui non ci si riconosce più, ad un futuro incerto e impossibile da prevedere perché dipende dalle scelte che si operano; anche riguardo ai propri mutamenti, non ottimisticamente intesi come proprio perfezionamento, ma come il risultato di un adattamento necessario per fronteggiare il futuro. Infine, assumendo una funzione legante trova spazio e significato la tematica del tempo, il terreno entro cui si svolge l’intreccio dell’esperienza umana e capace di dotarla di significato. Critico nei confronti di una visione del tempo in cui si cerca continuamente un profitto, constata come esso faccia il suo corso indipendentemente dai nostri sviluppi e dai “nostri tempi” e che, in definitiva, ineludibilmente ci muta.

El Sendero, tradotto il sentiero, è la quarta traccia dell’album. Segue (non considerando lo skit) il brano Fugadà in cui Caparezza rappresenta la sua fuga dal suo disco precedente e dalla condizione che lo ha partorito. Terminata questa fuga comincia il cammino, quel percorso che condurrà verso una nuova alba. Infatti, come anticipa lo skit Una voce, è sorto un nuovo giorno.

Sono diverse le tracce presenti in questo album che hanno solleticato il mio piacere di commentarle e che si prestano ad una riflessione qui sul blog, difatti non è escluso che a questa seguiranno altre analisi. Qui sotto potrete ascoltare il brano se non lo avete fatto già. Il mio suggerimento è di farlo prima di leggere il resto dell’articolo e di prestare attenzione al testo. Per cui, buon ascolto.

L’immagine di un uomo che dopo la fuga si addentra in un bosco non può non rimandarci a quella di Renzo nei Promessi Sposi, forse per l’assonanza della maturazione personale, o forse perché non sarebbe la prima volta che Caparezza cita Renzo e Lucia in un brano. Tenendo a bada reminiscenze troppo ardite, dalle prime battute Caparezza, che è già evaso dal ruolo ingabbiato di artista engagé, dice di andare incontro alla libertà di lasciarsi alle spalle «la sua guerra», quella contro le ingiustizie sociali, come la Stella della Senna, che è la protagonista di un anime giapponese le cui avventure e imprese sono sempre a favore dei deboli. Dunque, Caparezza ha deciso di fuggire da quel ruolo di denuncia che sino a quel momento ha praticato ed è stato il connotato distintivo della sua musica. Il passaggio è cruciale nella lettura del testo: non c’è mai stato in questo compito nessun eroismo spettacolare, dice, nulla da invidiare. Anzi, il rischio è che questo continuo esercizio critico comporti, per mezzo della delusione che deriva dall’immutabilità di certe realtà, la perdita di fiducia nel mezzo artistico adoperato e quindi, con la persuasione della sua incapacità di imprimere un cambiamento, la volontà di un cambio di direzione. Inoltre, viene enunciato un problema che è un fraintendimento del ruolo dell’artista: denunciare ingiustizie non significa necessariamente averle vissute. Non è necessario perché laddove non arriva l’esperienza diretta, giunge la sensibilità dell’artista (o dell’intellettuale), ovvero quella capacità di cogliere le evidenze meno lampanti ed elaborarne un giudizio morale. La condizione dell’artista che si ritrova a comunicare una propria visione per mezzo della propria produzione artistica ha a che fare con la solitudine, con lo stare chino sui libri, sui manuali, a raccogliere le idee e a formularle.

Non a caso viene citato Emilio Salgari, autore di romanzi d’avventura ambientati in India, Malesia, Russia, Africa, Persia, autore di Sandokan, ma che sorprendentemente non è mai uscito dall’Italia. I testi di Salgari erano il frutto di studi attentissimi di dizionari e atlanti, lunghi approfondimenti per rendere verosimili le ambientazioni dei suoi romanzi anche sotto il profilo storico. Forse – è una mia opinione – questa estraneità consente all’artista di esplorare uno spazio ignoto con una sprovvedutezza che favorisce l’obiettività del giudizio, soprattutto poiché non subisce l’influenza di opinioni precostituite. Più avanti nel testo di El sendero c’è una spia che avvalora questa mia opinione. In questo passaggio Caparezza prende le distanze dalla sua produzione artistica precedente e avverte l’esigenza di un rinnovamento. Prima del ritornello dice: «Michi, sei Lazzaro, dai, alzati e (cammina)». Il riferimento al personaggio biblico è chiaro: va bene aver concluso un percorso e averne preso le distanze, adesso bisogna camminare. Come Lazzaro è possibile rivivere.

Il cammino è dunque un processo di crescita che si prospetta lento e che non sarà scevro di complicazioni, un’alternanza di passaggi dolorosi e allegri. È essenzialmente il carattere della vita. Non resta che camminare.

La seconda strofa comincia con delle dichiarazioni biografiche sulla sua famiglia. Il nonno «a vent’anni col mitra», il padre, costretto ad abbandonare il sogno di cantante, «cammina» – anch’esso – «guarda dritto, tira avanti» perché «chi ha paura perde tempo»: la realtà urge risposte, ma soprattutto urge un adattamento specifico ad ogni nuova situazione.
Successivamente, in un passaggio a mio parere degnissimo di nota, chiede all’arte la protezione di vegliare il suo percorso e di ispirarlo e lo fa, dal momento che ci troviamo in una selva, citando tra le righe una serie di divinità, tra cui Artemide (dea della caccia e degli animali selvatici), Fauno (protettore dei campi e dei greggi), Diana (protettrice degli animali selvatici) e i satiri, che sono creature dei boschi.

Nulla esclude che il proprio percorso possa essere pedagogico per sé e per gli altri, per farlo bisogna essere in grado di astrarre, saper prendere le distanze; poi, come dice in un altro brano presente in Exuvia, non serve nient’altro che compiere una scelta. In linea con il concetto dell’album, El sendero è un invito a camminare, nel senso di non aver paura dei cambiamenti e di affrontarli «col coraggio in tasca», come il nonno, come il padre, allo stesso modo per andare incontro alla propria libertà. Come in Salgari, però, quel momento fondamentale di presa di coscienza non può che avere inizio con il raggiungimento di una neutralità dello sguardo che è possibile solo prendendo le distanze: «capirà soltanto chi vedrà dall’alto».

Claudio Mirabella

2 Comments

  1. “Per soffiare via il mio PANico dal corpo”
    Pan “era, presso i Greci, il dio delle montagne, il simbolo della rude e deliziosa vita agreste […] Fu anche il protettore dei boschi e delle fresche sorgenti e divenne patrono di quel riposo meridiano, al quale pastori ed armenti volentieri si abbandonano. Precisamente come demone meridiano era ritenuto capace d’infondere visioni e terrori improvvisi, a cui era dato appunto il nome di timore ‘panico’” [https://www.treccani.it/enciclopedia/pan_(Enciclopedia-Italiana)/]

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