Meredith et al.

Quando Meredith si guardava allo specchio e si pettinava i capelli con le mani, pensava che la parola “castano” somiglia a “castagno” i cui frutti non a caso sono marroni; e pure le capitava di pensare a quegli spaghetti molto sottili che, guarda un po’, prendono il nome di capellini. Quando poi Meredith si accarezzava la barba pensava alla sua amica Barbara che aveva un bel nome. Le piaceva come suonava, proprio come il suo.
Il nome Meredith, che finiva senza vocale, era molto azzeccato per lei che era pure un uomo. Lo aveva scelto da sé riflettendo lungamente; più lungamente – si diceva – di quanto avessero fatto a suo tempo i suoi genitori per la scelta del nome anagrafico. Era pur vero, però, che questo suo nome rimandava nell’immaginario, o almeno, sentendolo pronunciare, ad una giovane anglosassone, o forse ad una britannica, una scozzese, o al più ad un’americana, non certamente ad un italiano. E infatti, le capitava ancora adesso d’impensierirsi dibattendosi senza fine sul proprio nome che, almeno poteva esserne soddisfatta, aveva scelto da sé. Non era stato facile trovare un nome che la identificasse da quel giorno fino alla fine del suo tempo. Si era fatta della propria personalità l’idea di un rivolo d’acqua impossibile da fissare in eterno con un unico nominativo. Ma tant’è – finiva col risolversi – il nome serviva più agli altri che a lei; e poi, conveniva: l’identità è una questione di lana caprina e chi crede che smarrirsi sia un terribile incidente è solamente un ingenuo.
Stava per uscire di casa. Sopra la credenza, vicino l’ingresso, una mosca si era appollaiata sopra il mazzo di chiavi. Meredith lo pigliò fluendo fuori e scacciò l’insetto dritto a farsi una svolazzata in soggiorno. La mosca non poteva che essere disorientata dentro quell’ambiente insolito senza cielo, senza verde e senza vento. Dopo due volteggi e uno schianto contro un muro invisibile si posò sopra un porta pianta dove vi restò meditabonda per un paio d’ore. Forse, se avesse avuto un capo più grande e più ricco di masse gangliari, o se avesse letto Orazio, la mosca non sarebbe rimasta così a lungo impalata. Nell’aspettativa di vivere due settimane al massimo, quel tempo era l’equivalente di una decina di mesi per un essere umano. Per fortuna, neppure Meredith aveva mai letto Orazio, così il tempo della sua vita scorreva placido, ma ciò aveva poco a che fare con il poeta latino. Le capitava di congelarsi in ghirigori di pensieri che nascevano dal nulla, da dettagli all’apparenza privi di valore: talvolta era il margine disallineato di una piastrella, il passetto dondolante di un ragno ballerino o una macchia di umidità che correva sul tetto della sua stanza. In queste occasioni si poteva dire, guardando Meredith, che fosse immobile e impalata come una mosca sul porta pianta, ma in realtà in lei fluivano tante di quelle correnti da impasticciarsi l’una con l’altra in una matassa ingarbugliatissima. Ed era, contro tutte le apparenze, più che mai in movimento.
Uscita che fu fuori di casa, gettò lontano lo sguardo e le parse che piovesse, ma era solo l’effetto del vento che scuoteva le chiome che circondavano le villette a schiera dirimpetto il suo appartamento. Di sera – pensò – è più immediato capire quando piove, perché basta guardare di sbieco la luce di un lampione; di giorno, però, si possono vedere le pozzanghere o le superfici delle strade o delle auto bagnate. Compiuti due passi inzuppò un piede entro una pozzanghera (o un laghetto, nella prospettiva della mosca sul porta pianta), ma non vi pose attenzione perché aveva indosso un paio di scarpe impermeabili. L’occasione le fece porre attenzione sui propri piedi dove sentiva una stretta eccessiva dei lacci delle scarpe. Come sempre, le aveva allacciate dandogli la forma di due grosse orecchie di coniglio che poi serrava, per farle sparire, tra i malleoli e i gambetti delle scarpe. Pensò che da piccolo, quando non era ancora Meredith, gli piaceva stringere i lacci più stretti che potesse perché in questo modo credeva di essere più saldo a terra e di poter correre più veloce e di saltare più in alto e più lontano. Chissà – le venne da aggiungere – se quel desiderio di non sentire attorno a sé nulla di troppo opprimente di cui nel tempo ha subito a poco a poco la seduzione non abbia finito col soggiogare tutto di lui, compresi i suoi piedi, e che ora per questo preferisse passeggiare con le caviglie mollicce senza alcuna stretta. Che stupidità! – si disse destandosi coscientemente questa volta – che stupidità vado rimuginando.
Aveva compiuto il settimo passo quando, sopra il muricciolo che delimitava il vialetto fuori casa sua, vide un merlo spiccare un salto e far sua una bacca della siepe di pitosforo che cingeva la villetta accanto la sua, tutta tinteggiata di giallo senape e col tetto spiovente. Ma che becco aguzzo! – pensò del merlo – e come deve essere comodo per cibarsi! Il giallo del becco del merlo e l’occhietto suo vispo e tondo le rimasero impressi in mente qualche secondo. Fu veramente soltanto un istante, perché poi, senza preavviso, la sua attenzione schizzò altrove, non troppo distante, sul giallo senape della tinteggiatura. E perché mai? S’intende: perché mai proprio giallo senape? Questo si domandava Meredith, dimentica del merlo, delle scarpe e della pioggia. Perché non si vedevano abitazioni con le facciate, ad esempio, nere?
Mentre pensieri di questa misura affollavano la sua testa, Meredith procedeva passo dopo passo ad assorbire odori, voci, colori, scorci e parvenze, e continuava a contaminare l’affastellato suo mondo interiore di slanci contemplativi, ch’erano fuggevoli quanto le nubi che si sfilacciano la sera di una giornata piovosa. Erano fuggevoli e lo sapeva bene. Se ne ricordava ogni volta incombeva in quell’angosciante leggerezza che la sorprendeva quando, inseguito un pensiero seducente come pochi, lo perdeva per sempre chissà dove. Le tornavano a mente quei versi di Saba che ripeteva tra sé: «Avevo un bel pensiero, e l’ho perduto» e poi: «perdi per sempre la sua leggiadria a una svolta di via».
Meredith sentiva e sapeva questa leggerezza, questo suo mutare con le ore del giorno, con le stagioni, come una creatura della natura che si era spogliata, ad un certo punto, di ogni definizione. Dirsi uomo o donna, che importa? Che il mio corpo sia fatto così ‒ ragionava ‒ è un fatto; ma c’è altro, tanto altro, che non si può dire, che è inutile dire. Allora? – continuava, pestato che fu il diciottesimo passo – come raccontarsi? E che senso può avere questo raccontare in continua deformazione? Perché essere oggetto di un racconto?
Tanto erano pressanti questi interrogativi che Meredith, ad una svolta di via, ma imperterrita con il suo ragionamento, osò volgerli direttamente all’autore, a me: perché mi racconti? – mi chiese.
Cosa le risposi? O meglio: cosa le rispondo, dacché Meredith esiste ora che la racconto? Non posso che, contrariamente al procedere di Meredith, tornare sui miei passi e convenire che quel suo procedere in infinite e impreviste direzioni non ha nessun senso e inutile sarebbe, a ben vedere, ricercarlo. Inutile sarebbe anche tentare con le parole di congelare questo modo d’essere di Meredith in definizioni o descrizioni, ché risulterebbero fastidiosamente presuntuose e vane, in definitiva. E allora si possono scrivere solo due cose: la prima riguardo la mancanza di senso, nel significato, di una precisa direzione; la seconda riguardo questo racconto asserendo che termina ora, poiché infruttuoso è lo sforzo di capire ed esprimersi sul modo d’essere di Meredith: basta solo riconoscerlo.

Claudio Mirabella

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