Georges Simenon: la verità non ha risposte

Se, insomma, avesse cercato invano se stesso, in tutta coscienza, qualcosa che lo predisponesse a un burrascoso avvenire, sicuramente non avrebbe pensato a quella certa emozione furtiva, quasi vergognosa, che lo turbava vedendo passare un treno, un treno della notte soprattutto, dalle tendine calate sul mistero dei viaggiatori

Fino ad ora non avevo mai letto nulla di Georges Simenon e non nascondo il mio grande stupore e la mia improvvisa ammirazione per questo autore. Posso già dire che ho trovato questa lettura parecchio interessante e stimolante, pur non avendo scelto io il testo in questione. L’occasione per fare la conoscenza di questo particolarissimo scrittore mi è stata offerta da una persona speciale – per questo ringrazio Claudio Mirabella per il regalo.

Come un uomo qualsiasi, «che guardava passare i treni» e sognava la vita che vi si nascondeva, possa improvvisamente abbandonare tutto in una fuga dove si mescola il delitto, il terrore, l’ebrezza e la lucidità.

In queste pagine si racconta la storia assurda – ma non per questo del tutto fuori dal normale – di Kees Popinga, un ordinario impiegato di una solida – ma solo apparentemente – ditta olandese, abituato a spartire le sue ore con perfetta regolarità. La sera di un giorno qualsiasi, Popinga si appresta a fumare uno dei suoi soliti sigari. Anche la sua vita è qualsiasi, e questo sembra rassicurarlo. Quella sera, però, Popinga fu costretto ad accorgersi che la sua vita, che fino ad allora aveva considerato “normale”, stava disfacendosi sotto i suoi piedi come un castello di sabbia. La sua normalità, come ogni normalità, è illusoria: un meccanismo che, appena s’inceppa, diventa capace di tutto. Come era stato, un tempo, il più normale fra i normali, ora si sfrena e, preso da un’euforia sinistra, rovescia uno per uno tutti i capisaldi della sua realtà. La rottura con la normalità prende l’abbrivio con l’incontro, quasi casuale, con Julius De Coster, suo superiore e proprietario della ditta per la quale Popinga lavora. La scoperta che l’azienda non è così florida come lui aveva fino a qual momento creduto, che De Coster non era la persona rispettabile che appariva, ma che persino manteneva un’amante; tutto ciò provoca in Popinga una rottura definitiva e insanabile.

Solo che a quarant’ anni ho deciso di vivere come più mi garba senza curarmi delle convenzioni né delle leggi, perchè ho scoperto un po’ tardi che nessuno le osserva e che fino a ora sono stato gabbato […] Per quarant’anni mi sono annoiato. Per quarant’ anni ho guardato la vita come quel poverello che col naso appiccicato alla vetrina di una pasticceria guarda gli altri mangiare i dolci. Adesso so che i dolci sono di chi si dà da fare per prenderli

La sua improvvisa presa di coscienza e nuova consapevolezza lo induce a prendersi con tutte le sue forze ciò che da sempre aveva desiderato e, così facendo, quasi inconsapevolmente, compie un delitto. L’omicidio della maîtresse Pamela dà l’avvio a una fuga che è per Popinga una sfida: il terrore, la lucidità, il delitto, la solitudine sono i pezzi sulla scacchiera del terribile gioco che Popinga porta avanti nella disperata speranza di eludere lo scacco matto.

Che spasso! Non si conoscevano, il commissario e lui. Non si erano mai visti. E assomigliavano a due giocatori, due giocatori di scacchi che scelgono le loro mosse senza conoscere il gioco dell’avversario

La lettura del romanzo risulta agevole e abbastanza scorrevole, ciò è reso possibile da uno stile narrativo che può essere definito secco, asciutto, lontano da voli pindarici in senso linguistico; Simenon resta lontano dal “giallo classico” piuttosto ricco di fronzoli e dettagli. Considerando nel complesso l’intero corpus dell’opera di Simenon emergono due elementi innovativi. In primis la borghesizzazione del racconto giallo che vede finalmente protagoniste persone comuni, anonime anche, uomini e donne grigi su fondo grigio. E dall’altra parte, sullo sfondo di un’ ambientazione fisica dipinta con pochi – ma efficaci – tratti brevi, ecco comparire la seconda istanza innovativa dello scrittore belga, l’approfondimento psicologico. Desiderio dell’autore non è più creare un meccanismo perfetto, un “giallo” perfetto, ma costruire una realtà umana, quindi un meccanismo dove interviene un fattore di stress. Maggiormente nei romanzi che non vedono come protagonista il commissario Maigret, fortunato personaggio nato dalla fervida penna di Simenon, fondamentale è la ricostruzione della realtà e della vicenda umana. Il fattore di stress, come un granello di polvere nell’ingranaggio della vita piccolo borghese, è la chiave per comprendere il motivo scatenante del delitto. Bastano un paio di incidenti (perdita del lavoro, di un familiare o, nel caso di Popinga, la scoperta del fallimento per bancarotta fraudolenta dell’azienda in cui è impiegato) e chiunque può sviluppare una dipendenza patologica, e/o diventare un dropout, un clochard. O un assassino.

Ed è proprio nelle vesti di un assassino che Kees Popinga si ritrova ad agire per la maggior parte del romanzo; ricercato dalla polizia, dai Paesi Bassi ripara in Francia, a Parigi, dove girovaga senza una meta precisa, seminando la polizia locale.

In fondo, ciò che veramente aveva desiderato era di essere solo, del tutto solo a sapere quel che sapeva, solo a conoscere Kees Popinga, a girovagare tra la folla, ad aggirarsi fra la gente che lo sfiorava ignara e sul suo conto pensava insulsaggini, ogni volta diverse

La sua fuga dal mondo, però, ad un certo punto, si trasforma in una fuga da se stesso, da quell’inconscia personalità per anni celata e repressa da una parvenza di perbenismo. La sua ribellione verso un’esistenza calma e agiata fa emergere una personalità latente, intollerante nei confronti di quel mondo in cui aveva sempre vissuto. Così Popinga decide di abbandonare quella immagine di onesto, meticoloso, corretto impiegato e buon padre di famiglia, rompendo in questo modo quegli schemi borghesi fatti di consuetudini e apparenze anche stucchevoli.

Insomma, ho continuato a essere procuratore per abitudine, marito di mia moglie e padre dei miei figli per abitudine, perché non so chi ha deciso che così doveva essere e non altrimenti. […] Lui, Popinga, non era prigioniero di nulla, di nessuna idea, di niente, e la prova…”

La crisi di identità, che Popinga avverte in modo sempre più pressante, e la frattura con l’ambiente di origine, che lo spinge a frantumare pezzo per pezzo l’immagine che gli altri avevano di lui, lo accomuna ad altri famosi personaggi della letteratura novecentesca. Si pensi ad esempio, a questo proposito, a Vitangelo Moscarda, protagonista dell’esimio romanzo pirandelliano Uno, nessuno e centomila. Come in questo, nel romanzo di Simenon è presente il tema dello specchio a cui è collegato il problema della conoscenza di sé. Popinga ammette di provare, fin da bambino, un immenso piacere nello specchiarsi e nell’osservare di fronte a sé la propria immagine riflessa.

E in quel dire si guardava allo specchio per sincerarsi che il suo volto si conservasse rigorosamente imperturbabile. Che spasso! Si era sempre guardato allo specchio, anche da bambino. Assumeva una posa qualsiasi, correggeva i particolari. In fondo, forse, era sempre stato un attore, e per quindici anni si era compiaciuto di trovarsi di fronte un’immagine dignitosa e impassibile, quella di un buon olandese sicuro di sé […]

Tuttavia la sua fuga dalle costrizioni borghesi e la sua bramosia di una completa libertà ben presto cozzeranno con la realtà effettuale dei fatti. Popinga se vuole fuggire la polizia deve adottare un rigido codice comportamentale, per questo si vede costretto a rinunciare a ogni suo avere (prima la valigetta, poi il cappotto) o dettaglio che può in qualche modo identificarlo, a cominciare dal sigaro. Il culmine di questa spoliazione viene raggiunto nelle pagine finali, quando Popinga si ritrova nudo nelle campagne alle porte di Parigi a fissare «attonito il fiume che si portava via i suoi vestiti, quei buoni vestiti che appartenevano proprio a lui, Kees Popinga!»

Ma il tema portante – ed è quello che maggiormente mi ha fatto riflettere, rendendomi questo racconto davvero accattivante – è il tema della verità. Chi è realmente Kees Popinga? Un uomo ordinario, mortificato dalla vita che improvvisamente perde la ragione o un freddo calcolatore, uno scaltro assassino? A Popinga, nelle ultimissime pagine del romanzo, viene offerta la possibilità di scrivere la sua verità, ma egli stesso comprende che la verità non ha risposte.

Pazienza, era più sicuro così. Infatti al medico venne in mente di chiedergli il quaderno dove lui doveva scrivere le sue memorie e dove ancora si leggeva soltanto: La verità sul caso Kees Popinga. Il medico levò gli occhi attoniti, parve chiedersi come mai il suo paziente non avesse scritto altro. E Popinga, con un sorriso forzato, si sentì in dovere di mormorare: «Non c’è una verità, ne conviene?»

Chiara Evola

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