Fuga da Gabbiatraz

In fondo al terrazzo, ai piedi della ringhiera, e affianco ad una pianta grassa impolverata e sempre silenziosa, poggia l’appartamento di Pino e Gigia.
Un semplice monolocale dotato dei servizi minimi ed essenziali dalla qualità discutibile: un abbeveratoio cilindrico in cui stagna un’acqua torbida dai riflessi verdi-rigurgito, due scatolette ingiallite contenenti semi di scagliola, e un pavimento-cesso costituito da una griglia sopra cui defecare e al contempo muoversi pulitamente, a patto che la sorte non maledica la mira dell’ano di Pino o di Gigia. Poi nient’altro, solo qualche asticella orizzontale attaccata alle pareti per permettere di godersi un balzo tra una bevuta tossica, un semino puzzolente, e una spruzzata bianca e liberatoria.

– Pio, pio pio – cinguettò Pino.
– Sì, pio un corno… – disse Gigia seccata.
– Cosa pio pio succede?
– Mi sono stancata.
– Pio, di cosa, pio pio.
Gigia scattò agilmente sopra Pino in una di quelle asticelle, – spostati, se non vuoi che ti pitturi il becco – gli disse.
– Pio pio, pio pio.
– Ho detto spostati! – urlò in uno scatto d’ira.

Pino fece largo con un balzo che lo portò sopra l’altra asticella, vis a vis con la sua incantevole amante. Gigia contrasse lo stomaco. Sploof.

– Di cosa sei stanca, pio pio.
– Di ogni cosa che riguarda questo orribile posto. Vale a dire questo spazio e questo miasma ripugnante di scagliola vomitata, del tuo continuo pio pio, di bere sempre la stessa acqua sporca e mangiare sempre la stessa razione. Ma cosa più intollerabile: non sopporto più il peso di queste ali addosso senza averle mai spiegate, e di dover stare in gabbia.

Quando Pino era preso dalla tachicardia, vuoi per paura, vuoi per commozione, perdeva il controllo del suo pio-piare. Cosicché, per entrambe le ragioni, al sentire quella impronunciabile parola, esplose.

– Pio pio pio pio pio pio, pio pio pio! – reiterava affannato e impaurito.
– Piantala! Preferisco quasi la pianta grassa. Confidarsi a te è un’esperienza angosciante.
– Mh… – muggì la pianta.

A quel punto si sentì scivolare la maniglia oltre la persiana, e fecero comparsa i piedi di Gianni, loro padrone. Piedi inconfondibilmente pallidi, decorati da uno sparuto ciuffo di peli sull’alluce, e dalla fragranza poliedrica. Gianni, che non era solo piedi, si accese una sigaretta con le mani.

– Pio pio, pio pio, pio pio.
– Cosa c’è – disse voltandosi Gianni.
– Pio pio.
– Avete fame? Sete forse? – chiese chinato su sé stesso il gigante Gianni – qui sembra ci sia tutto.
– Pio pio! – cinguettò amabilmente Gigia dopo essersi fiondata in faccia al gigante.
– Ma ciao Gigia, ma come sei bella. Da brava, avvicinati – disse il titano, con la punta del mastodontico naso che poggiava sulla gabbia.
– Senti che alito. Beccati questo, bastardo!

Con tutta la forza di cui disponeva, Gigia attanagliò il naso del gigante con la stessa brutalità di una trappola per orsi.

– Maledetta! – gridò in preda al dolore; portò l’indice sul naso che si macchiò di sangue – maledetta! – ripeté correndo dentro.
– Forza Pino-pio, è il nostro momento, dobbiamo aprire questo affare! – disse esaltata Gigia con il becco insozzato di globuli rossi festosi per l’inaspettata libertà.
– Pio pio pio pio, ti ha dato di matto il cervello! Pio pio che cosa vuoi aprire, o pio pio!
– Non c’è tempo da perdere, presto tornerà qui fuori! Apriamo e scappiamo via, fidati di me. Ci attende una vita beata senza gabbie né padroni, senza limiti o freni. Abbandoniamo questo triste letamaio, qualcosa mi dice che un mondo migliore esista già. Potremmo bere l’acqua limpida che sgorga tra i crepacci in montagna, mangiare vermiciattoli succulenti, e poi farlo con tutta la passione che la natura ci riserverà, in altura e in pianura, accecati dal sole o sotto l’ombra di un bel pioppo. E cinguetteremo, sì, mio pio-pio, cinguetteremo la fecondità rutilante della Primavera, e faremo un nido per i nostri giovani pii-pii. Ma ora dobbiamo sbrigarci, devi sollevare questa molla, così potrò tirare indietro questa porta.
– Pio pio, arrivo, pio – disse saltellando Pino.

La molla scattò e la porta fu aperta. Pino e Gigia saltarono fuori, e con altrettanti balzi si fiondarono al margine del terrazzo.

– E adesso pio pio – chiese impaurito Pino a cui tremavano le zampe.
– Dobbiamo lanciarci e… volare.
– Ma pio pio, non so farlo, non abbiamo mai volato!
– Sì che sai farlo, sei un pennuto, apri le ali e vola.

I piedi di Gianni apparvero mostruosi e furenti, sudavano vendetta, e scattarono verso i due fuggiaschi.

– Salta Pino, salta!

Pino chiuse gli occhi e scomparve giù. Gigia non fece neppure in tempo a guardare l’esito del volo del compagno che fu acchiappata dalla mano del gigante, e rispedita in gattabuia dove la chiusura venne rinforzata con una moltitudine di fascette, nodi e ganci.
Gigia adesso era in trappola con i suoi sogni di libertà volati via per sempre, e con una doppia razione di scagliola a ricordargli insieme il mistero del volo di Pino, e l’evidenza del suo non-volo.
Una doppia razione – ragionava Gigia – poteva significare mangiare il doppio. Questa constatazione apparentemente priva d’interesse servì da base ad elaborare un piano di fuga. Per sillogismo aristotelico se Gigia avesse mangiato il doppio, allora avrebbe defecato il doppio; e dal momento che gli escrementi di Gigia in quanto pennuta erano fortemente acidi e corrosivi, pianificò che sarebbe fuggita entro un mese sciogliendo le grate con i suoi omaggi.
Il monolocale si trasformò in un impianto industriale, un centro siderurgico di demolizione con una sola operaia sognatrice e determinata, sacrificata ad ingozzarsi e ad essere pervasa da scosse diarroiche devastanti, ma efficaci.
E venne il momento che la gabbia cedette e le zampe di Gigia tornarono su quella compianta sponda, ed era notte fonda. Gianni dormiva e la pianta grassa pure, benché non faceva differenza. Il buio infestava la terrazza quando Gigia commossa si ritrovò un’altra volta al margine e diede un ultimo sguardo ai suoi vecchi spazi, saltò e capì ben presto che non sapeva come diamine volare.

Claudio Mirabella

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