Il sacrificio dell’agave

“[…]
oh alide ali dell’aria
ora son io
l’agave che s’abbarbarica al crepaccio
dello scoglio
e sfugge al mare da le braccia d’alghe
che spalanca ampie gole e abbranca rocce;
e nel fermento
d’ogni essenza, coi miei racchiusi bocci
che non sanno più esplodere oggi sento
la mia immobilità come un tormento.

E. Montale – L’agave su lo scoglio

Non di rado succede che la natura, con la sua prodigiosa e rutilante fantasia, ci riempia di stupore; e non di rado succede anche che se ne traggano insegnamenti per i numerosi esempi di comportamenti virtuosi. Tanto è vero che piante, insetti, animali e fenomeni naturali di ogni sorta hanno ispirato nel tempo i più grandi poeti e artisti di tutte le generazioni, i quali hanno saputo cogliere dalla natura un significato umano; o per meglio dire, un significato spendibile in un’ottica umana. Per cui mi vengono in mente i limoni e i girasoli di Montale, la ginestra di Leopardi, e il gelsomino notturno di Pascoli. Gli esempi sono tanti.

Ricorrere alla natura e ai suoi fenomeni è a mio avviso un espediente utile per sobbarcarsi al compito di raccontare una complessità incresciosa – pure in maniera sincera – ma con l’impiego di immagini familiari.

Si tratta cioè di un esercizio di leggerezza: consiste nello spogliare la complessità di un discorso sino ad un bulbo di immediata purezza; e dalla leggera essenza delle cose riprendere poi il cammino verso la realtà; ciascuno in maniera libera facendosi guidare – prima – dalla propria istintività, poi dalle proprie interpretazioni, le quali competono alla sfera del ragionamento.

Questo esercizio è quanto tenterò di mettere in pratica raccontando la vita dell’agave e il suo estremo e poetico sacrificio.

Non è un caso che il suo nome derivi dal greco ἀγαυός che sta per “splendido, meraviglioso”; e non è neppure un caso che la mitologia abbia battezzato un personaggio in suo onore: Agave, figlia di Cadmo, la cui vita può essere riassunta in un unico gesto feroce che la portò a divorare Penteo, suo figlio. E come nella mitologia come nella botanica, l’agave ha un comportamento singolare verso propri i figli al termine della fioritura: il sacrificio, l’emblema del suo pentimento.

Lungo le fasce costiere, sulle scarpate aride e sassose, dove l’aria salmastra e la terra riarsa rendono difficoltosa la sopravvivenza della vegetazione, fa la sua dimora l’agave, quasi imperturbata dalle condizioni critiche e sfibranti in cui decide di albergare.
Gli esemplari di agave che si abbarbicano tra i crepacci delle nostre scogliere sono anche noti come piante centenarie, ma ad onor del vero è un nome inesatto: benché si tratti di piante longeve, difficilmente superano i 30 anni di età.
Nel corso della sua vita l’agave si accresce e si irrobustisce, e si dota di foglie ampie e carnose entro cui conserva avveduta la poca acqua che la natura le dona durante l’anno. E così di anno in anno con la stessa lungimiranza fa grandi riserve di acqua; fa tesoro delle brevi piogge invernali e tiene duro l’estate sino a quando comincia un nuovo anno, e dunque ritornano le piogge.

L’agave si comporta così per oltre 20 anni, fino a che decide che è giunto il tempo di dare alla luce i suoi primi e unici fiori.

L’agave goffa, ma tutt’altro che sconsiderata, sfrutta finalmente le riserve di acqua che ha gelosamente custodito per un’intera vita, e lo fa per svettare in altezza e fiorire: in breve tempo la sua cima si staglia in alto fino a dieci metri, e da questa altezza porge i suoi fiori alla vista del cielo.
Questo sforzo le costa tutta quanta l’energia che ha accumulato sino a quel momento, e la infiacchisce a tal punto da decretare la sua morte.
Così – finita la fioritura – l’agave si adagia disidratata sulle proprie spoglie.

Il sacrifico dell’agave ci insegna la bellezza della lentezza.

Viene giugno, e scorgo i primi fiori di agave. Sono tesi al cielo che già divampa, e il cocente sole estivo li fa brillare di una mestizia inquieta e per me interrogativa.
Mi interpellano e mi pongono una domanda scabra ed essenziale:

“quanto a lungo sai essere paziente?”.

Ma una domanda ancora più preminente mi preme lasciare in sospeso:
“Qual è il valore dell’attesa e della lentezza?”

Che idea abbiamo dell’indugio, e dell’attesa?
Il nostro è il tempo della velocità, e dell’irripetibile brevità dei momenti; le sensazioni di vera e intensa felicità sono effimere, e svaniscono al contatto col tempo: si tratta di pochi istanti ma preceduti da grandi e perduranti sforzi.
La lentezza è costruzione, la velocità è molto spesso distruzione; o è al più una costruzione imperfetta, incerta.

È tutto qui: il valore che diamo all’attesa e alla lentezza è la misura di quanto aspiriamo al bello.
Ed è in questo senso che si svela, a mio modo di vedere, tutta la bellezza dei fiori dell’agave.

Claudio Mirabella

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